Era una notte buia e tempestosa

si comincia per finire…e si finisce per cominciare

domenica, febbraio 26, 2006

Sabbie mobili

Non c'entra con San Valentino..ad essere sincero, forse per reminiscenza seminaristiche, quel giorno festeggio i santi Cirillo e Metodio, patroni d'Europa. Mi piaceva solo mettere quest'immagine, che ben descrive il mio imbarazzo davanti a...ecco, il problema è definire davanti a cosa, perché già so che sto iniziando a costruire castelli in aria, a immaginarmi cose che non accadranno mai...ad essere ammaliato da un sorriso e da due occhi. Non propriamente semplici occhi, è qualcosa di più complesso, è una voglia di perdersi e non tornare, di vivere la dolce e folle danza di un naufragio, è impantanarsi nelle sabbie mobili della dolcezza, è....forse il caso di smetterla di vivermi addosso e di sparare simili c****te.





Demoni e meraviglie
Venti e maree
Lontano di già si e' ritirato il mare
E tu
Come alga dolcemente accarezzata dal vento
Nella sabbia del tuo letto ti agiti sognando
Demoni e meraviglie
Venti e maree
Lontano di già si e' ritirato il mare
Ma nei tuoi occhi socchiusi
Due piccole onde son rimaste
Demoni e meraviglie
Venti e maree
Due piccole onde per annegarmi.

~ Jacques Prevert ~


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martedì, febbraio 21, 2006

Bicchiere mezzo vuoto o forse mezzo pieno

Sinceramente non ricordo nemmeno perché (o meglio per chi) l'avessi scritta...anzi, in quel tempo ero anche piuttosto fuori dall'argomento...eppure ho sempre sognato di avere la persona giusta accanto a cui sussurrarla...magari arriverà. Fatto è che è una delle poche "cose" d'amore che abbia mai scritto..e non era nemmeno dopo aver bevuto troppo





T’amo
Per tutte le donne
Che non ho mai amato
T’amo
Per il passato
Così confuso e ingombrante
T’amo
Di più ogni istante
Forse senza un senso preciso
T’amo
Per il tuo sorriso
Eterna illusione d’angelo caduto
T’amo
E non smetto nemmeno un minuto
Naufragando nel tuo sguardo ch’è mare
T’amo
Per non disperare
Accarezzato dalle tue mani
T’amo
Senza domani
Incurante in un abbraccio infinito
T’amo
Stordito
Ma continuo a gridare
Che T’amo
Ti Amo
Perché

Non ti posso che amare.





...o forse alla fine aveva solo ragione Guccini


Ma quando sono solo con questo naso al piede
che almeno di mezz' ora da sempre mi precede
si spegne la mia rabbia e ricordo con dolore
che a me è quasi proibito il sogno di un amore;
non so quante ne ho amate, non so quante ne ho avute,
per colpa o per destino le donne le ho perdute
e quando sento il peso d' essere sempre solo
mi chiudo in casa e scrivo e scrivendo mi consolo...










domenica, febbraio 19, 2006

a distanza di un anno...

sono stato tutta la notte in ospedale, accanto a mio padre...sì, perché quella creatura, che sembrava così piccola e indifesa, è mio padre...quella creatura a cui controllavo che non si attorcigliasse il tubicino di drenaggio del sangue dal cervello, è mio padre...quella creatura che ha tremato per il freddo e per la febbre, è mio padre...mi sono accorto di quante occasioni ho perso, di quante cose che avrei voluto dirgli, che avrei voluto fare con lui...e ora è tardi...dorme, consumato a poco a poco (ma nemmeno troppo lentamente) da quello che ha in testa e che non si può toccare...sarà questione di tempo...intanto ho negli occhi quella creatura...mio padre.
Davanti al dolore non so cosa dire, tanto è complesso e misterioso...potrei continuare a domandarmi "perché", ma non troverei risposte..."il pianeta delle lacrime è tanto misterioso" diceva Saint-Exupery...potrei essere arrabbiato, furente...ma questo non farebbe guarire mio padre...ma questo non mi aiuterebbe, tra qualche mese, ad averlo di nuovo accanto...posso solo cercare di rimanere sereno, per permettere anche a lui e agli altri un poco di serenità, nei passi che ci restano...la vita è un cammino...

lacio drom

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Forte, menta forte

Abbiamo tutti una mania, un piccolo gesto scaramantico, stupido, davvero idiota, e magari non serve a niente, anzi, in alcuni casi porta solo sfiga... eppure non ci rinunciamo, non ci rinunceremmo mai... anche perché, in fondo, rinunciarci sarebbe come ammettere una nostra mancanza, un qualcosa che incrina l’apparenza di perfezione che penosamente ci costruiamo ogni giorno. Ci sono quelli che hanno una passione particolare, un vizio, e si lasciano consumare, piano piano, ma inesorabilmente, da questa piccola debolezza. Io ne ho vista di gente, anche amici miei, persone a cui ero più o meno legato, diventare matta cercando di fare più soldi che riuscivano e poi ridursi a vivere da barboni, perdere la salute e la faccia correndo dietro a gonne troppo corte o a gambe troppo lunghe, fumarsi il cervello insieme a non so cosa altro per provare a volare via da questa merda (anche se qualcuno guarda le stelle...). Poi c’era lui. Non so come dirlo, più ci penso e più faccio fatica a trovare delle parole che siano in grado di esprimere cosa avesse di così particolare, ma era diverso, davvero diverso... diverso perché diverso... perché non si accontentava di un’insignificante esistenza in niente: era un artista, un artista vero, non di quelli che si danno un sacco di arie e poi sono delle nullità, no, lui era un artista in tutto, anche nelle sue debolezze. Beveva. Beveva, ma il suo non era un semplice bere, era qualcosa di particolare, qualcosa che noi non avremmo mai immaginato... semplicemente non ne eravamo capaci, non ne saremmo mai stati capaci, a bere così, intendo. Cioè: non era una questione di quantità... più di qualità, forse; insomma: era diverso da noialtri, paranoici semialcolizzati. Era un artista. Così com’era un artista, dannatamente artista, quando, la sera, prendeva il sassofono, il suo sassofono, bellissimo, argentato, con i tasti di madreperla e, senza che ci fossimo messi d’accordo, improvvisava intermezzi, giocava con le note e i ritmi, riempiva la stanza di musica, della sua musica... e noi eravamo lì ad accompagnarlo, senza che l’avessimo mai provato insieme (e forse non l’aveva mai provato nemmeno lui prima di allora). E il pubblico restava stupito, rapito dalla musica, dolcemente circondato da quelle note, molto più di un semplice sottofondo a una serata alcolica e piovosa. Altre volte, invece, raramente, molto raramente, ma quando succedeva era qualcosa di incredibile... altre volte, dicevo, quando non ne aveva più voglia, quando voleva qualcosa di diverso, quando era stufo di quel gioco, quando sentiva qualcosa di particolare, non so cosa fosse, ma glielo si leggeva negli occhi, qualcosa come un’ispirazione, un’illuminazione o un lampo di splendida follia, magari solo l’aver sentito una canzone mentre arrivava in macchina, regolarmente in ritardo perché noi avevamo già montato l’impianto, o l’aver visto qualche ragazza triste con gli occhi innamorati seduta a qualche tavolo... altre volte, dicevo, suonava quel suo sax argentato, con i tasti di madreperla, come solo lui sapeva fare... e non era la stessa cosa: tirava fuori sequenze di note come non se n’erano mai sentite in nessun locale del mondo, riusciva a dare un ritmo forsennato ai pezzi più romantici senza snaturarli, rendeva leggere come seta le cose più impensabili. Ne ho fatta di musica, ne ho suonata tanta, con musicisti più o meno bravi, più o meno alcolizzati... eppure io una cosa così non l’avevo mai sentita, e nemmeno il pubblico: restavano lì, con gli occhi sbarrati, incantati, stregati, e anche noi suonavamo perché era lui che ci guidava con quel maledetto sax. Non lo faceva tutte le sere, solo quando se la sentiva, solo quando aveva quello sguardo, solo quando aveva bevuto... Ma il suo non era un bere come quello degli altri, non era un bere come il nostro; era diverso: d’artista. Noi bevevamo per tirarci su, per dimenticare la tipa che ti ha dato buca la sera prima, per sentirci un po’ meno delle merde, perché quando suoni e fa caldo non c’è niente di meglio di una bella birra fresca; lui no, aveva fatto del bere una cosa diversa, quasi un rito, non so se magico o religioso. Te ne accorgevi da come prendeva il bicchiere, rigorosamente Guinness, mezza pinta alla volta, mentre noi ci annegavamo di litre slavate; Guinness, dicevo, dopo che si è abbassata la schiuma, e la portava alle labbra, da come sorseggiava... diceva che non eravamo capaci di renderci conto di come fosse davvero la realtà intorno... diceva che non riuscivamo a coglierne i colori, che troppo spesso ci accontentavamo di tinte confuse, senza capirci niente... diceva che per capire i colori, per vedere davvero i colori bisogna partire dal nero, dall’assenza di luce, di colore. Beveva birra scura, per arrivare ai colori.Si diceva avesse studiato in conservatorio, o forse all’accademia; se provavi a chiederglielo non ti rispondeva, mai. Sospirava, e basta. Era fatto così, non ti parlava mai di sé, non amava parlare di sé. Però... era diverso, le dita, il suo modo di muovere le dita, il suo modo di bere, il suo modo di conoscere le note, i colori... perché i colori sono un po’ come le note: sono solo sette, ma da lì escono l’amore, la paura, il dolore, l’illusione, la gioia, tutto partendo da quelle sette piccole note, da quei sette piccoli colori.Iniziava dal nero, Guinness, mezza pinta, e arrivava al verde. Lo so, è difficile da credere, ma finiva col verde: menta. Menta forte. Diceva che una volta che sei riuscito ad entrarci dentro per capire i colori hai bisogno di un punto d’appoggio, intorno al quale far ruotare tutto. Il bello è che ciascuno ha il suo colore e deve trovare quello giusto, soltanto quello. E quando succede è una vertigine fantastica e terribile. Diceva che non c’era ancora riuscito: per adesso arrivava al verde, il colore in mezzo a quelli dell’arcobaleno, ma quello non era il suo colore, non poteva essere il suo colore; uno come lui, diverso in tutto, non poteva avere un colore normale, era assurdo. Magari era un colore che non esisteva ancora, magari doveva inventarlo lui, ma il verde non era il suo colore. Ne era sicuro, dannatamente sicuro.Beveva birra scura e arrivava a sentire i colori, a vedere le note... e prendeva il suo sax argentato, menta e argento, e iniziava a spargere a mezz’aria tutte quelle note, che da sole sapevano riempire la stanza. Era lì che arrivava: tirava fuori il suo sax argentato, un altro sorso di birra, una caramella in bocca (Guinness, argento & menta forte) e iniziava la magia. Quando aveva quella luce irreale negli occhi, e sembrava vedesse tutte quelle note danzare follemente e riempire ogni anfratto del locale, e iniziava a portarti in mondi che solo lui conosceva. Quando ti faceva toccare i colori e le note e perdevi anche il senso del tempo. Quando ti cullava dolcemente sospeso a mezz’aria mentre era lui a guidare la tua mano, a suonare il tuo strumento... a inventare la tua musica.Poi, quando si stufava, quando decideva che il gioco era durato abbastanza, ti portava via da quel mondo fantastico, leggero, diverso e ti posava, dolcemente, esattamente dove ti aveva rapito... poteva durare pochi minuti, ma ti sembravano eterni. Intorno era tutto uguale: la birra, le luci, l’odore di fumo, la bionda accanto... eri tu ad essere diverso, completamente. Guinness, argento & menta forte.Me ne ricordo di serate così. Non tutte, però: solo quando aveva voglia, solo quando aveva quello sguardo. E quante donne che gli giravano intorno, quante che avrebbero voluto portarselo a letto, sperando in non so quale altra magia, ma lui no, lui non ci stava. Mai. Non so cosa avesse, perché dicesse di no, perché dicesse sempre di no... noi, invidiosi, a sbavare addosso a quelle che gli andavano vicino, ed erano davvero niente male, e lui, impassibile, rifiutava sempre tutte le avance. Sempre. Finché, quella sera...Eravamo in un locale in cui avevamo già suonato altre volte, uno di quei locali con le travi di legno sotto il soffitto e le botti come tavoli. Insomma, un bel posto. Tra l’altro potevamo bere tutta la birra che volevamo. Avevamo suonato, e bevuto, un bel po’, proprio lì in mezzo alla gente quando una tipa, capelli lisci, lungi, occhi grandi, si avvicina a lui, prende il suo bicchiere, la sua Guinness, non era mai successo, prende la sua Guinness e la beve, dal suo bicchiere: ne beve un po’ e poi gliela porge, e lui, non avevamo mai visto niente di simile, lui appoggia le sue labbra proprio dove aveva bevuto lei. Si guardano negli occhi, lei gli chiede una canzone: Ma non è così dei Verdecane. Lui la guarda, e il suo sguardo non è uno sguardo normale; la fissa negli occhi... accetta la sfida. L’ultimo sorso di birra, proprio dove aveva bevuto lei, una caramella (forte, menta forte), il sax argentato, i tasti di madreperla... Guinness, argento & menta forte: inizia la magia. Subito una cascata di note, un fiume in piena che travolge gli argini, poi, i suoi occhi, mari in tempesta, occhi da naufrago sotto un cielo irreale... spire di colori ti avvolgevano, le corde della chitarra cominciavano a vibrare da sole. Era anarchia, ma un’anarchia dolce, al di là di ogni sensazione; emozioni e fantasie, paure ed incanti diventavano musica, suono, colore. Poi, all’improvviso, è finito tutto, la magia è svanita, solo qualche nota, qualche nota normale, girava ancora per la stanza. Aveva smesso di suonare, era abbracciato a lei, la stava baciando... non l’avevo mai visto baciare una donna, ma non doveva essere un bacio normale, non era, non poteva essere un bacio normale (Guinness, argento & menta forte). Nessuno di noi sapeva cosa fare. Nessuno. Credo che il loro bacio non sia durato più di un minuto, ma a noi sembrava non finire mai. Poi le sussurrò non so cosa all’orecchio, si girò verso di noi, ci guardò negli occhi, e non era uno sguardo normale, portò il sax alla bocca, quella bocca con cui aveva appena finito di dare il bacio più bello mai visto, e suonò una nota, profonda, dolce, una nota che non esisteva, che aveva inventato lui, che parlava di amore, passione, magia. Una nota sola. Poi, e solo lì capii cosa stava succedendo, fece un inchino, proprio come si fa a teatro, e se andò. Lasciò lì tutto, perfino la custodia e la birra a metà: prese solo il sax, e se ne andò. Se ne andò così, lasciando un bacio (Guinness, argento & menta forte) e la magia di un’ultima nota.
All’inizio non capii, poi...
E’ così che nascono i colori.


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L'era del pinguino

E così ci ho provato anche io...per motivi etici, sociali, economici... e perché sono un po' fissato..alla fine ho provato a passare al Pinguino...affascinato dalla possibilità di salutare zio Bill...solo che all'inizio sembrava non funzionare nulla...così sto transitando attraverso un temporaneo (sperando non sia sine fine dicentes) dual-boot...da un lato il vecchio (non troppo caro) Win...dall'altra un bel Linux per giocarci un po'...e non sono ancora impazzito.
Vero è che da diverso tempo mi sto lanciando sull'opensource (da Firefox alla Wikipedia)...forse per Linux non sono ancora maturo..ci lavorerò sopra Posted by Picasa

Dedicato a un amico

01.11.06
E lui lo sa…sa che l’avevo scritto per lui

Liberorandagio&stop

perché lo devo a un cane

bagnato
Piove.
Ormai non succede altro da giorni.
Piove.
Piove, e io mi aggiro come un cane, randagio, in questa città che non è la mia, che non può essere la mia; troppo diversa, troppo reale. Non può essere la mia.
Piove, e ho i capelli bagnati, e l’acqua che mi scende lungo la schiena, mentre cammino tra queste automobili, tutte uguali, carcasse di metallo in cui ci si rifugia per fuggire via veloci dal mondo. E dalla pioggia. Da soli. Autistici autisti.
Piove e non si vede il cielo, che dicono sia ancora blu sopra le nuvole, ma io non ci credo più.
Piove e cammino, con le dita strette a pugno nelle tasche sfondate del mio impermeabile, un po’ come un Rimbaud meno fumato e più cattivo, perché ormai non so fare altro, non più. Scrivevo, un tempo, e mi dicevano bravo… sapevo scrivere, piacev0, mi consideravano un piccolo genio, un futuro Nobel…balle: dicevo solo quello che volevano sentire nel modo in cui lo volevano sentire. Non era scrivere, quello. Scrivevo, ma non ero capace di scrivermi, di raccontarmi; non rimaneva che un’ombra di me sopra quei fogli. E non funzionano neanche quelle storie per cui la poesia è soggettiva e la prosa è oggettiva: tutte balle che ti mettono in testa a scuola quando non hanno il coraggio di dirti che non ci capiscono niente né dell’una, né dell’altra.
Piove, e cammino sotto la pioggia.
Piove, e faccio di tutto, davvero di tutto, per perdermi, almeno per un po’, in questa città che non è la mia.
Piove, e cerco di perdermi per trovarmi un po’, per capire come devo, come voglio scrivere, come è il mio scrivere. Quello che è mio e di nessun altro.
Piove, e sto qui come un cane coi capelli bagnati, e continuo a trovarmi davanti la stessa piazza, sempre la stessa, nonostante tutti i miei sforzi per perdermi…e se provi a ricontare le statue non hai mai lo stesso numero. Mai. Tutte le volte. Mai.
Piove, e penso che sarebbe bello se tutto fosse così, se i conti non tornassero mai, se le stelle non fossero solo ammassi di gas in combustione e se un giorno qualcuno si mettesse a gridare in piazza che la luna, tanto, troppo cantata dagli ebeti sdolcinati di mezzo mondo per essere solo un sasso su nel cielo, non è altro che un enorme blocco di formaggio. Magari verde.
Piove, e vorrei trovare un nuovo modo per scrivere, senza perdersi in quelle inutili distinzioni tra prosa e poesia, ma un modo di scrivere come si pensa. Scrivere come penso. Forse penso a fumetti, o forse a note a margine, non so, non me lo sono mai chiesto. Però, scrivere come si pensa…il vecchio James, quello sì che c’è andato vicino, al punto che sei tu che non riesci a stargli dietro leggendolo…ma non deve essere l’unico modo, non credo, non certo.
Piove, e vorrei scrivere in un modo nuovo, inventato da me, mio, vorrei scrivere in «proesia», tanto per dargli un nome, lasciando perdere i versi, il periodare classico e tutte le altre prose per il culo.
Piove, e vorrei che questa pioggia mi lavasse via tutto quello che mi hanno insegnato, vorrei che questa pioggia facesse di me un selvaggio, un naïf della penna, libero di scrivere come gli piace, fregandosene delle regole, e di quello che dicono gli altri. Che tanto non possono, non riescono a capire.
Piove, e vorrei essere capace di far cadere, in disordine, come pioggia, le mie parole, i miei pensieri su un foglio, grigio, sporco, ma vivo, un foglio che sia davvero come sono io.
Piove, e mi ricordo che Pioveva anche l’ultima volta che mi aveva guardato con i suoi occhi verdi, i suoi bellissimi occhi verdi, e mi aveva detto: “è finita”...lo ricordo come fosse ieri, “è finita”, e io, più idiota e ramingo che mai, a vagare come un cane randagio sotto la pioggia, esattamente come oggi, fino ad inzupparmi anche l’anima, senza nessuna differenza tra pioggia e lacrime. Piangeva anche il cielo. E adesso mi ritrovo qui, solo, libero, randagio, freelander per vocazione e per necessità dopo aver perso, dopo me stesso, anche lei, senza più niente a cui essere legato, non una casa, non una donna, non un lavoro, non la sveglia per andare, sveglia per tornare, niente più catene, solo l’obbligo di stare bene…
Piove, e non è poi così male essere soli, è un po’ come nascere: è dannatamente dura, ma alla fine uno ci si abitua, o almeno crede di essersi abituato.
Piove, e forse non ho amato mai nessuno come amavo lei, nessuno, nemmeno me stesso…se fossi più letterario, in preda al dolore e alla disperazione potrei gettarmi da un ponte…ma io scrivo per me, perché sono cattivo, e ciò che è passato non può tornare…i fiumi, di notte, non scorrono al contrario…non me ne frega, non me ne deve fregare più niente di niente, né di lei, dei suoi occhi verdi, delle varie prose per il culo, di questa città in cui non riesco a perdermi…non ha più senso, io non ho più senso. Mi basta la pioggia.
Piove, e non me ne potrebbe fregare di meno, perché in fondo non sono altro che un temporale estivo, cattivo quel che occorre, ma che passa. Credo non ci sia niente di più ridicolo del voler a tutti i costi lasciare un proprio ricordo…vorrei di colpo trovarmi in un luogo che non esiste, perché, quando ti trovi in un luogo che non esiste, o stai sognando, o hai appena iniziato a vivere.
Piove, e forse è questa pioggia il mio luogo che non esiste, perché forse nemmeno io esisto, e adesso sono libero di vivere in proesia, di pensare a fumetti, magari al contrario, come i manga.
Piove, e finalmente possono partire i titoli di coda, saluto la mamma e il papà, carrellata finale e scritta
THE END
PS
non può Piovere per sempre, ma stanotte spero non smetta: non ho voglia di vedere la luna.

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filantropia?

01.08.06

In effetti do ragione a chi si lamenta perché posto ancora qualcosa di teologico…si tratta di una cosa che riguarda il mio recente soggiorno romano (il perché io sia stato a Roma e perché abbia seguito questo tipo di lezioni…beh,, lo sa chi mi conosce): un docente diceva che il fare del bene agli altri, l’aiutare i più poveri rischia di diventare, anche da parte della Chiesa, una semplice “filantropia massonica”, ben diversa da quelli che dovrebbero essere i tratti caratterizzanti di un cristiano. Ora, nonostante tutto sono un credente-praticante, lavoro per e con sacerdoti, ho un minimo di base teologica, mi sono anche letto un po’ di bibbia, accidenti…e rimango critico di fronte a molte posizioni della Chiesa e dei suoi esponenti (“critico da dentro”, mi faceva notare un amico ateo)...ma, sinceramente, confesso che mi fa davvero arrabbiare il fatto che chi attacchi quella che rischia di essere solo “filantropia massonica” si permette di decidere quali sono gli uomini che fanno del bene e quali no, quali sono quelli che si salveranno e quelli condannate alle fiamme dell’inferno …quando anche uno che ne capiva qualcosa, come l’apostolo Giacomo, scrive “Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: «Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi», ma non date loro il necessario per il corpo, che giova? Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa“. Ecco invece che si sta attenti, terribilmente attenti alle apparenze (la “forma” della preghiera e amenità simili) o alle questioni morali che vanno a toccare il sesto comandamento (coppie di fatto, sacerdozio agli omosessuali, ritenuti “malati”) e si soprassede su chi ha fatto gli interessi propri e dei propri amici mandando sul lastrico moltissime famiglie, sulle multinazionali che fanno girare il mondo, sulle banche che camminano a braccetto coi mercanti della guerra….e si tralascia ancora l’aiuto agli altri, quando ciò che si sa suggerire ad un!Africa flagellata dall’Aids solo l’astinenza. Nell’ottobre 2004 parlavo con un frate che ormai vive da anni in Togo e Benin…che conosce dolori e orrori di quelle terre…e mi diceva: “chi vieta l’uso del preservativo a queste persone, sapendo di esporre moltissimi bambini al rischio di nascere sieropositivi, in un contesto che non li può curare, è da considerarsi un assassino”...aiutare gli altri è solo filantropia?




No grazie! Riconoscere talento ai dozzinali?
Plasmarsi su ogni critica che appare sui giornali?
E vivere sognando “Oh, sento già il mio stile
percorrere le bozze nel Mercurio mensile”?
No, grazie! Fare calcoli? Tremare? Arrovellarsi?
Preferire una visita a un paio di versi sparsi?
Stendere delle suppliche, o farsi commendare?
No, grazie! No, grazie! No, grazie. Ma… cantare,
sognare, ridere, splendido! Da solo, in libertà,
aver l’occhio sicuro, la voce in chiarità,
mettersi, se ti va, di sghimbescio il cappello
per un sì, per un no, fare un’ode o… fare un duello.
Fantasticare a caccia non di gloria o di fortuna
su un certo viaggio a cui si pensa… sulla luna…

Se poi viene il trionfo, ebbene, fatti suoi,
ma mai, mai diventare un “come ti mi vuoi”.

E se pur quercia o tiglio davvero non si è,
se vuoi proprio non alto, ma… farcela da sé. – Di orgoglio e di ironia tu te ne fai un proclama,
ma almeno sottovoce dimmelo che non t’ama… – Taci!

(Edmond Rostand, “Cyrano de Bergerac”,atto II scena VIII)

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Teologicamente parlando

01.05.06

Colpa del soggiorno romano (che mi farà mettere due righe anche tra le inc**ture)....dedico qualche riga a una storia minore, di uno quei personaggi secondari che mi fanno impazzire..uno di quelli di un libro che ha avuto un bel po’ di successo

Mi chiamo Eleazar di Damasco. Per anni sono stato un fedele servitore di Abram, o, come lo chiamate adesso, di Abramo. Ero più che un servitore: ero un amico. Abramo era una persona saggia, ricca, felice.,. Aveva tutto quello che si poteva desiderare. Una compagna fedele, ricchezze incalcolabili, la stima di tutta la gente di Ur. Sentiva però una mancanza. Quella di un figlio. Era ricco, aveva tutto, ma ormai era vecchio, e senza figli. Più di una volta, nelle interminabili notti che accompagnano il solstizio invernale, in cui le stelle ti sembrano più vicine, mi aveva parlato di questo suo malessere, di quanto avrebbe voluto avere tra le braccia un piccolo. Ma il destino glielo aveva negato. E ora lui e sua moglie Sara erano troppo vecchi. E dicendo questo piangeva, il vecchio Abramo,. Rendendosi conto che della sua vita e della sua ricchezza non sarebbe rimasto nulla se non un ricordo, sempre più sbiadito. Non una discendenza, solo un ricordo. Fino a quando non avvenne un fatto inspiegabile: mi disse che Dio gli aveva parlato, e lo aveva convinto ad abbandonare la sua terra, per recarsi in un altra. In compenso avrebbe ricevuto una discendenza numerosa come le stelle del cielo e la sabbia del mare. A noi tutti sembrava una pazzia: le divinità che conoscevamo noi governavano le stelle, le piogge, il fuoco…ma non chiedevano alla gente di spostarsi, all’improvviso, da un Paese all’altro. Ma Abramo era troppo accecato da questo suo desiderio di un figlio, e partì. E noi con lui. Potrei raccontare della fatica del viaggio…lui era vecchio, sua moglie era vecchia, noi tutti eravamo vecchi, e non si riusciva a capire quale fosse la meta di quell’insensato peregrinare, con Abramo che solo rispondeva fissando l’orizzonte con occhi lucidi e sorridendo. Abbiamo attraversato il deserto, valicato monti, Abramo e Sara si sono anche nascosti in Egitto, e io con loro (io ero sempre con loro, perché non solo servo, l’ho detto, ma amico, seguendolo in questo folle viaggio, guidati da una divinità che non conoscevamo) fingendo di essere fratello e sorella, e quando il faraone si è innamorato di lei abbiamo temuto per la nostra vita. E alla fine siamo ritornati in quella terra che Dio aveva promesso ad Abramo. O almeno così lui diceva. La terra c’era, brulla e sassosa, non troppo diversa da quella che avevamo lasciato in Mesopotamia, se possibile ancora meno ospitale in alcuni punti. E con un fiume, il Giordano, che sembrava un rigagnolo comparato alla maestosità del Tigri e dell’Eufrate Ma Abramo sorrideva, pensando che fosse la terra promessagli da Dio. Era quella, forse, la terra, ma mancava la discendenza. Abramo e Sara erano vecchi, troppo vecchi per avere figli, e io, che ero invecchiato con loro, sapevo di tutte le volte che, in passato, ci avevano provato, senza riuscirci, figuriamoci ora, così vecchi, eppure Abramo ci credeva. Poi un giorno avvenne qualcosa di incredibile: alla nostra tenda si presentò quello che poteva essere un mendicante, o un vagabondo. Ma non si può dire che uno è un mendicante o un vagabondo solo perché non ha una carovana al seguito. C’era qualcosa di meraviglioso, di regale, nel suo modo di camminare, nei suoi occhi fieri. Si presentò come Melchisedeck, il gran sacerdote. Noi, gente abituata a vivere nelle tende, che ben conosce il viaggio e le sue fatiche, fummo pronti ad accoglierlo. E lui, per ringraziamento, alzo gli occhi al cielo, poi anche le mani, e prese il pane, e il vino, e lì offrì verso l’alto, e li benedisse. E con loro noi. Ad Abramo sembrava di vedere ricompensata la promessa che aveva ricevuto tempo fa. Sentiva le sue mani contrarsi, nel gesto di abbracciare un figlio. E Melchisedeck disse che così sarebbe accaduto. Solo che il mio padrone sentiva di essere vecchio, di non avere ancora molto tempo davanti a sé, e Sara era troppo vecchia per dargli un figlio…divenne padre, perché voleva diventarlo, ma la madre fu Zippora, una schiava. Bellissima, i capelli neri e profumati. La madre di quel figlio che sembrava promesso di Dio. A Sara piangeva il cuore, vedendo suo marito stringere quel figlio non suo, ma sapeva che l’altra donna era più giovane, e aveva potuto dare ad Abramo ciò di cui lei non era capace. E vedeva Abramo felice, stringendo quel bambino e, guardandolo, si sentiva felice anche lei. La storia avrebbe potuto concludersi così, se non ci fosse stata un’altra visita improvvisa. L’ho detto: siamo gente abituata a vivere nel deserto, conosciamo la fatica del viaggio e sappiamo quanto sia bello e rinfrancante essere accolti da qualcuno, durante il nostro cammino. Arrivarono quei tre viaggiatori,. Erano tre, ma era come se fossero una persona sola. Non erano viaggiatori come gli altri: se possibile ancora più distinti e regali di Melchisedeck…si poteva dire che al gran sacerdote gli occhi brillassero perché aveva intravisto qualcosa di più grande. Questi viaggiatori avevano questo “di più” nel loro sguardo. Più tardi scoprii che loro stessi erano questo “di più”, ma questa è un’altra storia. Abramo si prodigò per loro, gli diede tutto quello che poteva. E loro, all’ombra di un albero, che in un deserto è più preziosa dell’oro, avevano ringraziato Abramo per l’accoglienza, e gli avevano promesso che, l’anno successivo, sarebbero ritornati, e avrebbero trovato Sara con un bambino in braccio. Con un figlio suo. Io ero nella tenda, e vidi Sara ridere. Ridere divertita, da una così’ strana promessa, ma anche amareggiata, perché sentiva che quel destino non era il suo. La videro ridere anche i tre viaggiatori, e uno dei tre , ma forse tutti e tre (erano come una persona sola, l’ho detto) la guardò, e Sara smise di ridere, come se all’improvviso avesse capito qualcosa. Qualcosa che io allora non capii. Lo capii solo quando vidi, nei mesi successivi, lievitare il ventre dell’anziana donna, e poi nascere quel bambino, Isacco, e vidi ancora piangere suo padre, levandolo al cielo. Capii che eravamo partiti per cercare, ma fummo trovati. Che avevamo accolto, ma eravamo stati abbracciati da un amore più grande.

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…per l’anno nuovo

12.31.05

Prima di rubare a Gianni Rodari (che, per inciso, è stato in seminario, poi ha fatto il maestro e il giornalista…ed era pure comunista) metà delle aspettative per l’anno nuovo, provo a stenderne l’altra metà, sforzandomi di essere meno banale del solito,,,
ci sono sogniimpossibili, ci sono quelli possibili e quelli probabili..mescolando le tre categorie, allora, per il 2006 sogno:

che di possa dimenticare il significato della parola “guerra”

che i bambnini non debbano più piangere per la fame o la povertà

che non si stia a cacciare chi è diverso, ma lo si accolga, cercando di vedere la ricchezza di cui è portatore

...nonostante i buoni propositi, questi restano sogni impossibili…sogno allora che siano in tanti a sognare con me, per provare a cambiare, se non il mondo, almeno noi stessi

e continuare a sognare
che possa essere definita oscena una guerra, un’esecuzione capitale, la differenza tra chi è abbastanza ricco da arrogarsi il diritto di vivere e chi no…rispetto a qualche centimetro di pelle esposto in più o in meno

che si smetta di martellare sulla morale solo nell’ambito sessuale, dimenticandosi di chi calpesta vite e dignità altrui

che le soluzini “alternative” nel campo dell’energia, della tecnologia, dell’informazione prendano sempre più piede

che non ci si dimentichi mai del valore della memoria

che, nell’anno del mondiale, il calcio sia visto come un gioco, e non un affare di stato

che per molti aspetti il mio 2006 possa essere migliore del 2005

che, con l’inizio dell’anno nuovo, non mi dimentichi dopo due giorni dei buoni propositi e dei bei sogni…come troppo spesso mi accade

Filastrocca di capodanno

Filastrocca di capodanno:
fammi gli auguri per tutto l’anno:
voglio un gennaio col sole d’aprile,
un luglio fresco, un marzo gentile;
voglio un giorno senza sera,
voglio un mare senza bufera;
voglio un pane sempre fresco,
sul cipresso il fiore del pesco;
che siano amici il gatto e il cane,
che diano latte le fontane.
Se voglio troppo, non darmi niente,
dammi una faccia allegra solamente

Gianni Rodari

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Iniziamo…alla fine

12.31.05


Sì, perché alla fine mi sono lasciato andare anche io alla tentazione di aprire un blog…forse è narcisismo, forse voglia di farmi notare (che poi è proprio di tutti quelli che scrivono, soprattutto se lo condividono con gli altri)...di sicuro è anche la possibilità di darsi, di darmi una voce, una libertà, più o meno illusoria, di poter esprimere pareri, sensazioni, emozioni…inizio qui, in quest’anno che finisce…inizio come Snoopy, da uno degli incipit più noti della letteratura mondiale (“it was a dark and stormy night“)...inizio, sapendo che il difficile è continuare. Posted by Picasa

E così ho traslocato...sì, sono passato su un'altra piattaforma per blog..si va anche a tentativi..spero possa piacere...intoanto riposto le cose vecchie..poi ne aggiungerò di nuove Posted by Picasa