
01.11.06
E lui lo sa…sa che l’avevo scritto per lui
Liberorandagio&stop
perché lo devo a un cane
bagnato
Piove.
Ormai non succede altro da giorni.
Piove.
Piove, e io mi aggiro come un cane, randagio, in questa città che non è la mia, che non può essere la mia; troppo diversa, troppo reale. Non può essere la mia.
Piove, e ho i capelli bagnati, e l’acqua che mi scende lungo la schiena, mentre cammino tra queste automobili, tutte uguali, carcasse di metallo in cui ci si rifugia per fuggire via veloci dal mondo. E dalla pioggia. Da soli. Autistici autisti.
Piove e non si vede il cielo, che dicono sia ancora blu sopra le nuvole, ma io non ci credo più.
Piove e cammino, con le dita strette a pugno nelle tasche sfondate del mio impermeabile, un po’ come un Rimbaud meno fumato e più cattivo, perché ormai non so fare altro, non più. Scrivevo, un tempo, e mi dicevano bravo… sapevo scrivere, piacev0, mi consideravano un piccolo genio, un futuro Nobel…balle: dicevo solo quello che volevano sentire nel modo in cui lo volevano sentire. Non era scrivere, quello. Scrivevo, ma non ero capace di scrivermi, di raccontarmi; non rimaneva che un’ombra di me sopra quei fogli. E non funzionano neanche quelle storie per cui la poesia è soggettiva e la prosa è oggettiva: tutte balle che ti mettono in testa a scuola quando non hanno il coraggio di dirti che non ci capiscono niente né dell’una, né dell’altra.
Piove, e cammino sotto la pioggia.
Piove, e faccio di tutto, davvero di tutto, per perdermi, almeno per un po’, in questa città che non è la mia.
Piove, e cerco di perdermi per trovarmi un po’, per capire come devo, come voglio scrivere, come è il mio scrivere. Quello che è mio e di nessun altro.
Piove, e sto qui come un cane coi capelli bagnati, e continuo a trovarmi davanti la stessa piazza, sempre la stessa, nonostante tutti i miei sforzi per perdermi…e se provi a ricontare le statue non hai mai lo stesso numero. Mai. Tutte le volte. Mai.
Piove, e penso che sarebbe bello se tutto fosse così, se i conti non tornassero mai, se le stelle non fossero solo ammassi di gas in combustione e se un giorno qualcuno si mettesse a gridare in piazza che la luna, tanto, troppo cantata dagli ebeti sdolcinati di mezzo mondo per essere solo un sasso su nel cielo, non è altro che un enorme blocco di formaggio. Magari verde.
Piove, e vorrei trovare un nuovo modo per scrivere, senza perdersi in quelle inutili distinzioni tra prosa e poesia, ma un modo di scrivere come si pensa. Scrivere come penso. Forse penso a fumetti, o forse a note a margine, non so, non me lo sono mai chiesto. Però, scrivere come si pensa…il vecchio James, quello sì che c’è andato vicino, al punto che sei tu che non riesci a stargli dietro leggendolo…ma non deve essere l’unico modo, non credo, non certo.
Piove, e vorrei scrivere in un modo nuovo, inventato da me, mio, vorrei scrivere in «proesia», tanto per dargli un nome, lasciando perdere i versi, il periodare classico e tutte le altre prose per il culo.
Piove, e vorrei che questa pioggia mi lavasse via tutto quello che mi hanno insegnato, vorrei che questa pioggia facesse di me un selvaggio, un naïf della penna, libero di scrivere come gli piace, fregandosene delle regole, e di quello che dicono gli altri. Che tanto non possono, non riescono a capire.
Piove, e vorrei essere capace di far cadere, in disordine, come pioggia, le mie parole, i miei pensieri su un foglio, grigio, sporco, ma vivo, un foglio che sia davvero come sono io.
Piove, e mi ricordo che Pioveva anche l’ultima volta che mi aveva guardato con i suoi occhi verdi, i suoi bellissimi occhi verdi, e mi aveva detto: “è finita”...lo ricordo come fosse ieri, “è finita”, e io, più idiota e ramingo che mai, a vagare come un cane randagio sotto la pioggia, esattamente come oggi, fino ad inzupparmi anche l’anima, senza nessuna differenza tra pioggia e lacrime. Piangeva anche il cielo. E adesso mi ritrovo qui, solo, libero, randagio, freelander per vocazione e per necessità dopo aver perso, dopo me stesso, anche lei, senza più niente a cui essere legato, non una casa, non una donna, non un lavoro, non la sveglia per andare, sveglia per tornare, niente più catene, solo l’obbligo di stare bene…
Piove, e non è poi così male essere soli, è un po’ come nascere: è dannatamente dura, ma alla fine uno ci si abitua, o almeno crede di essersi abituato.
Piove, e forse non ho amato mai nessuno come amavo lei, nessuno, nemmeno me stesso…se fossi più letterario, in preda al dolore e alla disperazione potrei gettarmi da un ponte…ma io scrivo per me, perché sono cattivo, e ciò che è passato non può tornare…i fiumi, di notte, non scorrono al contrario…non me ne frega, non me ne deve fregare più niente di niente, né di lei, dei suoi occhi verdi, delle varie prose per il culo, di questa città in cui non riesco a perdermi…non ha più senso, io non ho più senso. Mi basta la pioggia.
Piove, e non me ne potrebbe fregare di meno, perché in fondo non sono altro che un temporale estivo, cattivo quel che occorre, ma che passa. Credo non ci sia niente di più ridicolo del voler a tutti i costi lasciare un proprio ricordo…vorrei di colpo trovarmi in un luogo che non esiste, perché, quando ti trovi in un luogo che non esiste, o stai sognando, o hai appena iniziato a vivere.
Piove, e forse è questa pioggia il mio luogo che non esiste, perché forse nemmeno io esisto, e adesso sono libero di vivere in proesia, di pensare a fumetti, magari al contrario, come i manga.
Piove, e finalmente possono partire i titoli di coda, saluto la mamma e il papà, carrellata finale e scritta
THE END
PS
non può Piovere per sempre, ma stanotte spero non smetta: non ho voglia di vedere la luna.