Era una notte buia e tempestosa

si comincia per finire…e si finisce per cominciare

venerdì, aprile 14, 2006

giorno nuovo...


Credo di non aver mai parlato di politica...non in senso stetto, perlomeno, perso come sono tra i miei deliri letterari. Ero però tentato, dopo le elezioni politiche, quando i risultati sembravano contraddire apertamente gli exit polls e si delineava una situazione di pareggio o, ancora, di non cambiamento, di fare un post del tipo : NO NO NO NO NO NO NO NO NO NO NO NO NO NO NO NO NO NO NO NO NO NO NO...e via dicendo.

Le cose sono poi andate diversamente...ed eccomi a rubare (diciamo citare) un post che Beppe Grillo ha messo nel suo blog (fonte: www.beppegrillo.it)

C’è chi si è sentito come dopo le Torri Gemelle.
C’è chi si è svegliato ogni mezz’ora per guardare i risultati.
C’è chi non voleva svegliarsi.
C’è chi non ci voleva credere.
C’è chi era giù come dopo le finali di coppa del mondo con il Brasile del 1994 e del 1970.
C’è chi ha preso il sonnifero per dormire.
C’è chi non si è più trattenuto e ha gridato forte, nella notte: “Forza Italia, quella vera!”.
C’è chi ha guardato il suo bambino e ha pianto.
C’è chi si è vergognato di essere italiano.
C’è chi si è vergognato per gli italiani.
C’è chi ha deciso di iscriversi anche lui alla mafia.
C’è chi ha pensato ai brogli e poi è andato a letto.
C’è chi voleva spaccare tutto.
C’è chi aveva rinnovato il passaporto e le valigie pronte.
C’è chi era sicuro della Campania.
C’è chi ha pregato.
C’è chi ha sperato negli italiani all’estero.
C’è chi si è stancato di sperare.
C’è chi si è sentito spaccato in due, come l’Italia.
C’è chi si è sentito già in Argentina.
C’è chi ha creduto di non pagare più l’Ici e le tasse sui rifiuti.
C’è chi ha pensato: “Adesso basta lo dico io!”.
C’è chi ha prenotato un volo low cost per un posto lontano.
C’è chi ha guardato dal suo letto il soffitto e ha deciso di non mollare, mai.

lunedì, aprile 10, 2006

Aria di Festa?


Il primo dei miei interventu sul quotidiano Il Brescia, pubblicato il 10 aprile 2006


“Lo sai che...?”: iniziano sempre così i bambini, quando vogliono raccontare qualcosa di personale. O anche quando vogliono raccontare qualcosa che personale non è, ma che ha colpito molto il loro immaginario. E allora, appena arrivati in classe, mentre cerco di vedere chi è presente e chi assente, di raccogliere i buoni mensa, di controllare le firme sugli avvisi...insomma, mentre tento disperatamente di di compiere quelle operazioni a cui non voglio dedicare più di una decina di minuti (perché, alla fine, è tempo sottratto ai bambini), loro, soprattuto quelli più piccoli, quel del primo anno della scuola primaria, si avvicinano alla cattedra a cominciano a dirmi: “lo sai che....”. Così accade quando vanno a trovare la zia, quando salgono sulle giostre, quando muore loro il cagnolino. Così è stato quando è morto il piccolo Tommaso. No, non voglio aggiungermi al coro di quelli che hanno versato fiumi di inchiostro sulla vicenda. Voglio provare a vedere la cosa dalla parte dei bambini, dalla parte di alcuni bambini che vivono in un paese della Bassa, dalla parte dei miei alunni. Di Tommaso ne hanno sentito parlare molto in famiglia, hanno respirato le paure e le preoccupazioni dei genitori, in un paesino dove le preoccupazioni maggiori sembrano essere , fortunatamente non per tutti, avere la macchina nuova, possibilmente più grossa di quella del vicino, e prenotare le vacanze al Mar Rosso. Per i bambini è stata una tragedia mediata. Almeno all'inizio. Molto più mediata di quella che fu la morte del lottatore Eddie Guerrero, una sorta di supereroe per i bambini. Non voglio però paragonare le due vicende.. Di Tommaso ne hanno sentito parlare dai genitori. E hanno cominciato, come fanno i bambini, a chiedere: “perché?”, portando all'interno della classe la rabbia che hanno respirato a casa, l'idea che gli assassini “devono fare la stessa fine”. Noi, dall'altra parte, magari anche in contrasto con la famiglia, a spiegare che, è vero, esistono delle persone cattive, che fanno cose terribili, ma non per questo bisogna chiudersi nel proprio guscio, avere paura degli altri; che se anche qualcuno sbaglia, e sbaglia in modo orribile, non possiamo metterci sul suo stesso livello, anche se rabbia e paura ce lo suggeriscono. È la sfida del tentare di educare ad una convivenza civile. È, molto più degli apprendimenti, la sfida che, ogni giorno, cerchiamo di far vincere ai nostri alunni.