Aria di Festa?

Il primo dei miei interventu sul quotidiano Il Brescia, pubblicato il 10 aprile 2006
“Lo sai che...?”: iniziano sempre così i bambini, quando vogliono raccontare qualcosa di personale. O anche quando vogliono raccontare qualcosa che personale non è, ma che ha colpito molto il loro immaginario. E allora, appena arrivati in classe, mentre cerco di vedere chi è presente e chi assente, di raccogliere i buoni mensa, di controllare le firme sugli avvisi...insomma, mentre tento disperatamente di di compiere quelle operazioni a cui non voglio dedicare più di una decina di minuti (perché, alla fine, è tempo sottratto ai bambini), loro, soprattuto quelli più piccoli, quel del primo anno della scuola primaria, si avvicinano alla cattedra a cominciano a dirmi: “lo sai che....”. Così accade quando vanno a trovare la zia, quando salgono sulle giostre, quando muore loro il cagnolino. Così è stato quando è morto il piccolo Tommaso. No, non voglio aggiungermi al coro di quelli che hanno versato fiumi di inchiostro sulla vicenda. Voglio provare a vedere la cosa dalla parte dei bambini, dalla parte di alcuni bambini che vivono in un paese della Bassa, dalla parte dei miei alunni. Di Tommaso ne hanno sentito parlare molto in famiglia, hanno respirato le paure e le preoccupazioni dei genitori, in un paesino dove le preoccupazioni maggiori sembrano essere , fortunatamente non per tutti, avere la macchina nuova, possibilmente più grossa di quella del vicino, e prenotare le vacanze al Mar Rosso. Per i bambini è stata una tragedia mediata. Almeno all'inizio. Molto più mediata di quella che fu la morte del lottatore Eddie Guerrero, una sorta di supereroe per i bambini. Non voglio però paragonare le due vicende.. Di Tommaso ne hanno sentito parlare dai genitori. E hanno cominciato, come fanno i bambini, a chiedere: “perché?”, portando all'interno della classe la rabbia che hanno respirato a casa, l'idea che gli assassini “devono fare la stessa fine”. Noi, dall'altra parte, magari anche in contrasto con la famiglia, a spiegare che, è vero, esistono delle persone cattive, che fanno cose terribili, ma non per questo bisogna chiudersi nel proprio guscio, avere paura degli altri; che se anche qualcuno sbaglia, e sbaglia in modo orribile, non possiamo metterci sul suo stesso livello, anche se rabbia e paura ce lo suggeriscono. È la sfida del tentare di educare ad una convivenza civile. È, molto più degli apprendimenti, la sfida che, ogni giorno, cerchiamo di far vincere ai nostri alunni.


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