Era una notte buia e tempestosa

si comincia per finire…e si finisce per cominciare

domenica, febbraio 19, 2006

Forte, menta forte

Abbiamo tutti una mania, un piccolo gesto scaramantico, stupido, davvero idiota, e magari non serve a niente, anzi, in alcuni casi porta solo sfiga... eppure non ci rinunciamo, non ci rinunceremmo mai... anche perché, in fondo, rinunciarci sarebbe come ammettere una nostra mancanza, un qualcosa che incrina l’apparenza di perfezione che penosamente ci costruiamo ogni giorno. Ci sono quelli che hanno una passione particolare, un vizio, e si lasciano consumare, piano piano, ma inesorabilmente, da questa piccola debolezza. Io ne ho vista di gente, anche amici miei, persone a cui ero più o meno legato, diventare matta cercando di fare più soldi che riuscivano e poi ridursi a vivere da barboni, perdere la salute e la faccia correndo dietro a gonne troppo corte o a gambe troppo lunghe, fumarsi il cervello insieme a non so cosa altro per provare a volare via da questa merda (anche se qualcuno guarda le stelle...). Poi c’era lui. Non so come dirlo, più ci penso e più faccio fatica a trovare delle parole che siano in grado di esprimere cosa avesse di così particolare, ma era diverso, davvero diverso... diverso perché diverso... perché non si accontentava di un’insignificante esistenza in niente: era un artista, un artista vero, non di quelli che si danno un sacco di arie e poi sono delle nullità, no, lui era un artista in tutto, anche nelle sue debolezze. Beveva. Beveva, ma il suo non era un semplice bere, era qualcosa di particolare, qualcosa che noi non avremmo mai immaginato... semplicemente non ne eravamo capaci, non ne saremmo mai stati capaci, a bere così, intendo. Cioè: non era una questione di quantità... più di qualità, forse; insomma: era diverso da noialtri, paranoici semialcolizzati. Era un artista. Così com’era un artista, dannatamente artista, quando, la sera, prendeva il sassofono, il suo sassofono, bellissimo, argentato, con i tasti di madreperla e, senza che ci fossimo messi d’accordo, improvvisava intermezzi, giocava con le note e i ritmi, riempiva la stanza di musica, della sua musica... e noi eravamo lì ad accompagnarlo, senza che l’avessimo mai provato insieme (e forse non l’aveva mai provato nemmeno lui prima di allora). E il pubblico restava stupito, rapito dalla musica, dolcemente circondato da quelle note, molto più di un semplice sottofondo a una serata alcolica e piovosa. Altre volte, invece, raramente, molto raramente, ma quando succedeva era qualcosa di incredibile... altre volte, dicevo, quando non ne aveva più voglia, quando voleva qualcosa di diverso, quando era stufo di quel gioco, quando sentiva qualcosa di particolare, non so cosa fosse, ma glielo si leggeva negli occhi, qualcosa come un’ispirazione, un’illuminazione o un lampo di splendida follia, magari solo l’aver sentito una canzone mentre arrivava in macchina, regolarmente in ritardo perché noi avevamo già montato l’impianto, o l’aver visto qualche ragazza triste con gli occhi innamorati seduta a qualche tavolo... altre volte, dicevo, suonava quel suo sax argentato, con i tasti di madreperla, come solo lui sapeva fare... e non era la stessa cosa: tirava fuori sequenze di note come non se n’erano mai sentite in nessun locale del mondo, riusciva a dare un ritmo forsennato ai pezzi più romantici senza snaturarli, rendeva leggere come seta le cose più impensabili. Ne ho fatta di musica, ne ho suonata tanta, con musicisti più o meno bravi, più o meno alcolizzati... eppure io una cosa così non l’avevo mai sentita, e nemmeno il pubblico: restavano lì, con gli occhi sbarrati, incantati, stregati, e anche noi suonavamo perché era lui che ci guidava con quel maledetto sax. Non lo faceva tutte le sere, solo quando se la sentiva, solo quando aveva quello sguardo, solo quando aveva bevuto... Ma il suo non era un bere come quello degli altri, non era un bere come il nostro; era diverso: d’artista. Noi bevevamo per tirarci su, per dimenticare la tipa che ti ha dato buca la sera prima, per sentirci un po’ meno delle merde, perché quando suoni e fa caldo non c’è niente di meglio di una bella birra fresca; lui no, aveva fatto del bere una cosa diversa, quasi un rito, non so se magico o religioso. Te ne accorgevi da come prendeva il bicchiere, rigorosamente Guinness, mezza pinta alla volta, mentre noi ci annegavamo di litre slavate; Guinness, dicevo, dopo che si è abbassata la schiuma, e la portava alle labbra, da come sorseggiava... diceva che non eravamo capaci di renderci conto di come fosse davvero la realtà intorno... diceva che non riuscivamo a coglierne i colori, che troppo spesso ci accontentavamo di tinte confuse, senza capirci niente... diceva che per capire i colori, per vedere davvero i colori bisogna partire dal nero, dall’assenza di luce, di colore. Beveva birra scura, per arrivare ai colori.Si diceva avesse studiato in conservatorio, o forse all’accademia; se provavi a chiederglielo non ti rispondeva, mai. Sospirava, e basta. Era fatto così, non ti parlava mai di sé, non amava parlare di sé. Però... era diverso, le dita, il suo modo di muovere le dita, il suo modo di bere, il suo modo di conoscere le note, i colori... perché i colori sono un po’ come le note: sono solo sette, ma da lì escono l’amore, la paura, il dolore, l’illusione, la gioia, tutto partendo da quelle sette piccole note, da quei sette piccoli colori.Iniziava dal nero, Guinness, mezza pinta, e arrivava al verde. Lo so, è difficile da credere, ma finiva col verde: menta. Menta forte. Diceva che una volta che sei riuscito ad entrarci dentro per capire i colori hai bisogno di un punto d’appoggio, intorno al quale far ruotare tutto. Il bello è che ciascuno ha il suo colore e deve trovare quello giusto, soltanto quello. E quando succede è una vertigine fantastica e terribile. Diceva che non c’era ancora riuscito: per adesso arrivava al verde, il colore in mezzo a quelli dell’arcobaleno, ma quello non era il suo colore, non poteva essere il suo colore; uno come lui, diverso in tutto, non poteva avere un colore normale, era assurdo. Magari era un colore che non esisteva ancora, magari doveva inventarlo lui, ma il verde non era il suo colore. Ne era sicuro, dannatamente sicuro.Beveva birra scura e arrivava a sentire i colori, a vedere le note... e prendeva il suo sax argentato, menta e argento, e iniziava a spargere a mezz’aria tutte quelle note, che da sole sapevano riempire la stanza. Era lì che arrivava: tirava fuori il suo sax argentato, un altro sorso di birra, una caramella in bocca (Guinness, argento & menta forte) e iniziava la magia. Quando aveva quella luce irreale negli occhi, e sembrava vedesse tutte quelle note danzare follemente e riempire ogni anfratto del locale, e iniziava a portarti in mondi che solo lui conosceva. Quando ti faceva toccare i colori e le note e perdevi anche il senso del tempo. Quando ti cullava dolcemente sospeso a mezz’aria mentre era lui a guidare la tua mano, a suonare il tuo strumento... a inventare la tua musica.Poi, quando si stufava, quando decideva che il gioco era durato abbastanza, ti portava via da quel mondo fantastico, leggero, diverso e ti posava, dolcemente, esattamente dove ti aveva rapito... poteva durare pochi minuti, ma ti sembravano eterni. Intorno era tutto uguale: la birra, le luci, l’odore di fumo, la bionda accanto... eri tu ad essere diverso, completamente. Guinness, argento & menta forte.Me ne ricordo di serate così. Non tutte, però: solo quando aveva voglia, solo quando aveva quello sguardo. E quante donne che gli giravano intorno, quante che avrebbero voluto portarselo a letto, sperando in non so quale altra magia, ma lui no, lui non ci stava. Mai. Non so cosa avesse, perché dicesse di no, perché dicesse sempre di no... noi, invidiosi, a sbavare addosso a quelle che gli andavano vicino, ed erano davvero niente male, e lui, impassibile, rifiutava sempre tutte le avance. Sempre. Finché, quella sera...Eravamo in un locale in cui avevamo già suonato altre volte, uno di quei locali con le travi di legno sotto il soffitto e le botti come tavoli. Insomma, un bel posto. Tra l’altro potevamo bere tutta la birra che volevamo. Avevamo suonato, e bevuto, un bel po’, proprio lì in mezzo alla gente quando una tipa, capelli lisci, lungi, occhi grandi, si avvicina a lui, prende il suo bicchiere, la sua Guinness, non era mai successo, prende la sua Guinness e la beve, dal suo bicchiere: ne beve un po’ e poi gliela porge, e lui, non avevamo mai visto niente di simile, lui appoggia le sue labbra proprio dove aveva bevuto lei. Si guardano negli occhi, lei gli chiede una canzone: Ma non è così dei Verdecane. Lui la guarda, e il suo sguardo non è uno sguardo normale; la fissa negli occhi... accetta la sfida. L’ultimo sorso di birra, proprio dove aveva bevuto lei, una caramella (forte, menta forte), il sax argentato, i tasti di madreperla... Guinness, argento & menta forte: inizia la magia. Subito una cascata di note, un fiume in piena che travolge gli argini, poi, i suoi occhi, mari in tempesta, occhi da naufrago sotto un cielo irreale... spire di colori ti avvolgevano, le corde della chitarra cominciavano a vibrare da sole. Era anarchia, ma un’anarchia dolce, al di là di ogni sensazione; emozioni e fantasie, paure ed incanti diventavano musica, suono, colore. Poi, all’improvviso, è finito tutto, la magia è svanita, solo qualche nota, qualche nota normale, girava ancora per la stanza. Aveva smesso di suonare, era abbracciato a lei, la stava baciando... non l’avevo mai visto baciare una donna, ma non doveva essere un bacio normale, non era, non poteva essere un bacio normale (Guinness, argento & menta forte). Nessuno di noi sapeva cosa fare. Nessuno. Credo che il loro bacio non sia durato più di un minuto, ma a noi sembrava non finire mai. Poi le sussurrò non so cosa all’orecchio, si girò verso di noi, ci guardò negli occhi, e non era uno sguardo normale, portò il sax alla bocca, quella bocca con cui aveva appena finito di dare il bacio più bello mai visto, e suonò una nota, profonda, dolce, una nota che non esisteva, che aveva inventato lui, che parlava di amore, passione, magia. Una nota sola. Poi, e solo lì capii cosa stava succedendo, fece un inchino, proprio come si fa a teatro, e se andò. Lasciò lì tutto, perfino la custodia e la birra a metà: prese solo il sax, e se ne andò. Se ne andò così, lasciando un bacio (Guinness, argento & menta forte) e la magia di un’ultima nota.
All’inizio non capii, poi...
E’ così che nascono i colori.


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