Era una notte buia e tempestosa

si comincia per finire…e si finisce per cominciare

domenica, febbraio 19, 2006

Teologicamente parlando

01.05.06

Colpa del soggiorno romano (che mi farà mettere due righe anche tra le inc**ture)....dedico qualche riga a una storia minore, di uno quei personaggi secondari che mi fanno impazzire..uno di quelli di un libro che ha avuto un bel po’ di successo

Mi chiamo Eleazar di Damasco. Per anni sono stato un fedele servitore di Abram, o, come lo chiamate adesso, di Abramo. Ero più che un servitore: ero un amico. Abramo era una persona saggia, ricca, felice.,. Aveva tutto quello che si poteva desiderare. Una compagna fedele, ricchezze incalcolabili, la stima di tutta la gente di Ur. Sentiva però una mancanza. Quella di un figlio. Era ricco, aveva tutto, ma ormai era vecchio, e senza figli. Più di una volta, nelle interminabili notti che accompagnano il solstizio invernale, in cui le stelle ti sembrano più vicine, mi aveva parlato di questo suo malessere, di quanto avrebbe voluto avere tra le braccia un piccolo. Ma il destino glielo aveva negato. E ora lui e sua moglie Sara erano troppo vecchi. E dicendo questo piangeva, il vecchio Abramo,. Rendendosi conto che della sua vita e della sua ricchezza non sarebbe rimasto nulla se non un ricordo, sempre più sbiadito. Non una discendenza, solo un ricordo. Fino a quando non avvenne un fatto inspiegabile: mi disse che Dio gli aveva parlato, e lo aveva convinto ad abbandonare la sua terra, per recarsi in un altra. In compenso avrebbe ricevuto una discendenza numerosa come le stelle del cielo e la sabbia del mare. A noi tutti sembrava una pazzia: le divinità che conoscevamo noi governavano le stelle, le piogge, il fuoco…ma non chiedevano alla gente di spostarsi, all’improvviso, da un Paese all’altro. Ma Abramo era troppo accecato da questo suo desiderio di un figlio, e partì. E noi con lui. Potrei raccontare della fatica del viaggio…lui era vecchio, sua moglie era vecchia, noi tutti eravamo vecchi, e non si riusciva a capire quale fosse la meta di quell’insensato peregrinare, con Abramo che solo rispondeva fissando l’orizzonte con occhi lucidi e sorridendo. Abbiamo attraversato il deserto, valicato monti, Abramo e Sara si sono anche nascosti in Egitto, e io con loro (io ero sempre con loro, perché non solo servo, l’ho detto, ma amico, seguendolo in questo folle viaggio, guidati da una divinità che non conoscevamo) fingendo di essere fratello e sorella, e quando il faraone si è innamorato di lei abbiamo temuto per la nostra vita. E alla fine siamo ritornati in quella terra che Dio aveva promesso ad Abramo. O almeno così lui diceva. La terra c’era, brulla e sassosa, non troppo diversa da quella che avevamo lasciato in Mesopotamia, se possibile ancora meno ospitale in alcuni punti. E con un fiume, il Giordano, che sembrava un rigagnolo comparato alla maestosità del Tigri e dell’Eufrate Ma Abramo sorrideva, pensando che fosse la terra promessagli da Dio. Era quella, forse, la terra, ma mancava la discendenza. Abramo e Sara erano vecchi, troppo vecchi per avere figli, e io, che ero invecchiato con loro, sapevo di tutte le volte che, in passato, ci avevano provato, senza riuscirci, figuriamoci ora, così vecchi, eppure Abramo ci credeva. Poi un giorno avvenne qualcosa di incredibile: alla nostra tenda si presentò quello che poteva essere un mendicante, o un vagabondo. Ma non si può dire che uno è un mendicante o un vagabondo solo perché non ha una carovana al seguito. C’era qualcosa di meraviglioso, di regale, nel suo modo di camminare, nei suoi occhi fieri. Si presentò come Melchisedeck, il gran sacerdote. Noi, gente abituata a vivere nelle tende, che ben conosce il viaggio e le sue fatiche, fummo pronti ad accoglierlo. E lui, per ringraziamento, alzo gli occhi al cielo, poi anche le mani, e prese il pane, e il vino, e lì offrì verso l’alto, e li benedisse. E con loro noi. Ad Abramo sembrava di vedere ricompensata la promessa che aveva ricevuto tempo fa. Sentiva le sue mani contrarsi, nel gesto di abbracciare un figlio. E Melchisedeck disse che così sarebbe accaduto. Solo che il mio padrone sentiva di essere vecchio, di non avere ancora molto tempo davanti a sé, e Sara era troppo vecchia per dargli un figlio…divenne padre, perché voleva diventarlo, ma la madre fu Zippora, una schiava. Bellissima, i capelli neri e profumati. La madre di quel figlio che sembrava promesso di Dio. A Sara piangeva il cuore, vedendo suo marito stringere quel figlio non suo, ma sapeva che l’altra donna era più giovane, e aveva potuto dare ad Abramo ciò di cui lei non era capace. E vedeva Abramo felice, stringendo quel bambino e, guardandolo, si sentiva felice anche lei. La storia avrebbe potuto concludersi così, se non ci fosse stata un’altra visita improvvisa. L’ho detto: siamo gente abituata a vivere nel deserto, conosciamo la fatica del viaggio e sappiamo quanto sia bello e rinfrancante essere accolti da qualcuno, durante il nostro cammino. Arrivarono quei tre viaggiatori,. Erano tre, ma era come se fossero una persona sola. Non erano viaggiatori come gli altri: se possibile ancora più distinti e regali di Melchisedeck…si poteva dire che al gran sacerdote gli occhi brillassero perché aveva intravisto qualcosa di più grande. Questi viaggiatori avevano questo “di più” nel loro sguardo. Più tardi scoprii che loro stessi erano questo “di più”, ma questa è un’altra storia. Abramo si prodigò per loro, gli diede tutto quello che poteva. E loro, all’ombra di un albero, che in un deserto è più preziosa dell’oro, avevano ringraziato Abramo per l’accoglienza, e gli avevano promesso che, l’anno successivo, sarebbero ritornati, e avrebbero trovato Sara con un bambino in braccio. Con un figlio suo. Io ero nella tenda, e vidi Sara ridere. Ridere divertita, da una così’ strana promessa, ma anche amareggiata, perché sentiva che quel destino non era il suo. La videro ridere anche i tre viaggiatori, e uno dei tre , ma forse tutti e tre (erano come una persona sola, l’ho detto) la guardò, e Sara smise di ridere, come se all’improvviso avesse capito qualcosa. Qualcosa che io allora non capii. Lo capii solo quando vidi, nei mesi successivi, lievitare il ventre dell’anziana donna, e poi nascere quel bambino, Isacco, e vidi ancora piangere suo padre, levandolo al cielo. Capii che eravamo partiti per cercare, ma fummo trovati. Che avevamo accolto, ma eravamo stati abbracciati da un amore più grande.

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