sulla carità pelosa (pubblicato il 31-5)

Sarà il periodo di dichiarazioni di redditi e simili, in cui ogni associazione, ogni ente, ogni movimento cerca di conviverci di essere la scelta migliore per il nostro cinque per mille (l'otto per mille fa parte di unì altra partita, che per ora si svolge a un livello differente), sarà perché dopo anni di boicottaggio, come scelta consapevole, all'improvviso il bar dell'oratorio del mio paese ha deciso di dotarsi di gelati prodotti da una nota multinazionale dalla condotta alquanto dubbia, perché sono quelli che lasciano al bar stesso il maggior margine di profitto possibile, sarà solo per questo caldo, che mi rende ancora più stanco del solito, ma mi nasce una piccola riflessione sulla carità in genere. Ho lavorato per due anni per un'associazione missionaria, curandone la rivista, e ho potuto verificare che i soldi delle (numerose) offerte andavano effettivamente a finanziare i progetti, non servivano a gonfiare inutili strutture come accade con alcune organizzazione governative. So che ci sono un sacco di volontari che operano al di fuori dei propri sineresi, con l'unico scopo di fare del bene agli altri (sia che credano in Dio, sia che non credano). È un discorso diverso: ci sono quelli che fanno “la carità” per sentirsi a posto con la coscienza, perché, in un certo senso, credono di dare “il dovuto”, senza impegnarsi oltre, come se bastasse un'offerta (anche di cifre piuttosto importanti) per fare la buona azione quotidiana. O quella mensile. O quella annuale.


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